Il precipizio della storia: lungo-terminismo e priorità morali
[bozza 21.10.2022]
Dalla potenza del dieci al lungo-terminismo
Nel 1977 viene realizzato un breve film di 9 minuti chiamato Powers of Ten, scritto e diretto da Charles e Ray Eames. La scena iniziale mostra una coppia che si gode un picnic sulle sponde di un lago negli Stati Uniti, ripresa da un metro di altezza.Nei primi dieci secondi, la telecamera si alza lentamente fino a raggiungere i dieci metri.

Questo processo di zoom-out prosegue seguendo il ritmo di una potenza del dieci ogni dieci secondi. La stessa scena si vede prima da una distanza di 100 metri, poi di 1000 metri, e così via. Lentamente si delinea il parco attorno alla coppia, poi l’intera città di Chicago, poi il Nord America. Nel giro di alcuni passaggi si perde completamente di vista non solo il picnic ma la Terra. Al posto di persone, città e continenti si vedono solo punti di luce su di uno sfondo nero pece: stelle, pianeti e galassie.
Dopo 5 minuti, si abbraccia con lo sguardo una distanza pari a 100 milioni di anni luce, e cioè 10 metri alla 24esima. È una schermata praticamente nera, quasi vuota. “Qui ci fermiamo per un attimo — dice la voce narrante — prima di compiere il nostro viaggio indietro verso casa”. E prosegue, “Questa scena desolata, dove le galassie sono come polvere, è così come appare la maggior parte dello spazio. Questa vacuità è la norma. È la ricchezza del nostro vicinato ad essere l’eccezione”.

Da qui la camera inverte il percorso, procedendo al ritmo di una potenza del 10 ogni due secondi fino a tornare alla scena del picnic, a 10 alla prima metri. Si prosegue quindi di nuovo di una potenza del 10 ogni dieci secondi, ma questa volta in negativo: verso il microscopico. La camera zooma lentamente prima sulla mano dell’uomo del picnic e dopo alcuni passaggi arriva ai quark di un protone in un atomo di carbonio, a 10 alla -16esima.

Vedere le cose dalla prospettiva di Powers of Ten rappresenta un utile esercizio, non solo per la propria immaginazione e curiosità. Seguire questo percorso lungo la scala dell’immensamente grande e dell’immensamente piccolo, infatti, aiuta a mettere in luce tre aspetti che hanno implicazioni morali importanti.
Il primo riguarda, per così dire, la messa in prospettiva delle nostre preoccupazioni e aspirazioni mondane, della nostra vita quotidiana. Lo sapevano bene i filosofi stoici, tanto che nei testi che sono pervenuti fino a noi si trovano molteplici riferimenti a quella pratica che Hadot ha definito “la visione dall’alto”.
E come nota sempre Hadot, questo “esercizio spirituale” è presente in modo ricorrente soprattutto negli scritti di Marco Aurelio. Nei Pensieri, ad esempio, si legge: “Guarda dall’alto le innumerevoli greggi umane, e le loro innumerevoli cerimonie, ogni tipo di viaggio compiuto in condizioni di tempesta o di calma, e le dispute tra coloro che nascono, vivono insieme, e muoiono. Pensa anche alle vite che sono state vissute molto tempo fa, e che saranno vissute dopo di te, e quelle che sono ora vissute in altri Paesi; pensa a quanti non conoscono affatto il tuo nome, a quanti lo dimenticheranno facilmente, e a quanti che ora forse ti lodano tra poco ti insulteranno. Comprendi che essere ricordati non ha alcun valore, né lo ha la tua reputazione, né qualsiasi altra cosa quaggiù”.

Come in Powers of Ten, ciò che sembra grande da vicino appare invece minuscolo se inquadrato da una distanza sufficiente, e questo vale per i picnic così come per le glorie e i fallimenti nella propria vita. Ma, a differenza di Powers of Ten, per Marco Aurelio tale visione “dall’alto” abbraccia non solo la dimensione dello spazio, ma anche quella del tempo. “L’Asia, l’Europa: angoli dell’universo. L’oceano: una goccia d’acqua. Il monte Athos: una zolla. Il presente: una frazione di secondo nell’eternità. Minuscolo, transitorio, insignificante”.
Di fronte alla vastità dell’universo, le nostre “insuperabili” preoccupazioni mondane si rivelano per ciò che sono: delle illusioni prospettiche. Per quanto ci possiamo affannare, nessuna vita, vittoria o piacere durerà per sempre. Lo stesso vale, però, anche per le nostre sconfitte, le nostre sofferenze, il nostro dolore. Tutto scorre. Per questo, niente di ciò che di solito ci preoccupa è davvero “importante” se osservato in una prospettiva cosmica.
Queste affermazioni di Marco Aurelio non devono, però, essere considerate come il frutto di pensieri eccessivamente pessimisti. Invece, come sostiene Hadot, essi sono dei veri e propri “esercizi spirituali” utili a rimettere le cose mondane in una giusta prospettiva; anche ricorrendo, se necessario, a delle “esagerazioni strategiche”. È come se stessimo esagerando nella messa a fuoco di un teleobbiettivo per controbilanciare un fenomeno distorsivo che altrimenti ci impedirebbe di vedere le cose in modo chiaro.

Il secondo aspetto è che “dal punto di vista dell’universo” tutto è intimamente connesso. Ogni cosa è parte di un tutto più grande. E ogni cosa è un tutto composto da parti. Come scrive Rose George nel suo magnifico libro dedicato al sangue, Nine Pints, “il ferro nel nostro sangue viene dalla morte delle supernove, come tutto il ferro sul nostro pianeta. Questo liquido rosso e vivido — più brillante nelle arterie quando trasporta l’ossigeno nel corpo a partire dal cuore, meno acceso nelle vene, quando non lo fa — contiene sale e acqua, come il mare dal quale veniamo”.
Anche chi ha potuto osservare la Terra da lontano come gli astronauti, spesso descrive di aver provato un profondo senso di unità e connessione con il tutto. Visti dalla luna o dalla Stazione Spaziale Internazionale gli esseri umani, gli animali e le piante sul nostro pianeta non appaiono come entità isolate, ma come parti di un solo e unico organismo vivente.

Il terzo aspetto riguarda, infine, l’eccezionalità della nostra condizione presente. Da una parte è vero che in prospettiva cosmica i nostri successi e preoccupazioni quotidiane forse appaiono del tutto insignificanti. Dall’altra parte, però, il fatto che esistano nel cosmo tali preoccupazioni e stati mentali distintamente umani è tutto fuorché banale e scontato.
Come notava già la voce narrante in Powers of Ten, noi viviamo dentro un’eccezione. Lo stesso concetto chiude anche il celebre discorso di Carl Sagan The Pale Blue Dot: “La Terra è il solo pianeta conosciuto per ospitare la vita. Non c’è altro luogo, almeno non in un future prossimo, dove la nostra specie possa migrare. Visitare, sì. Stabilirsi, non ancora. Che ci piaccia o meno, per il momento la Terra è il posto dove dovremmo stare”.

Ma c’è di più. Non solo viviamo entro una condizione eccezionale, ma noi stessi potremmo essere un’eccezione. Per quanto ne sappiamo, siamo l’unica forma di vita intelligente nell’universo. Come è possibile? Se l’universo esiste da 13.7 miliardi di anni, e contiene un numero elevatissimo di galassie e altri pianeti, “Dove sono tutti gli altri?”, riprendendo la famosa domanda che il fisico Enrico Fermi chiese ai colleghi durante un pranzo ai Los Alamos National Laboratory.
Recentemente, alcuni ricercatori presso il Future of Humanity Institute dell’Università di Oxford hanno suggerito una soluzione a questo problema, che è noto proprio come il “paradosso di Fermi”: non abbiamo incontrato/osservato ancora nessuno per il semplice motivo che, tenendo conto di tutte le variabili e rivedendo le equazioni, la probabilità che emerga una forma di vita intelligente è incredibilmente ridotta, “e perciò non ci dovremmo affatto sorprendere che non riusciamo a rilevare qualche segno” di vita. Forse non abbiamo ancora trovato altre forme di vita intelligente perché siamo davvero soli.

Come già conclude Sagan, questa fragile eccezionalità, sia del luogo nel quale ci troviamo, sia della nostra stessa natura, dovrebbe tradursi non solo in meraviglia, ma anche in una precisa presa di posizione etica, e cioè in una maggiore “responsabilità l’uno verso l’altro di trattarci con più gentilezza, e di preservare e apprezzare questo tenue punto azzurro, la sola casa che abbiamo mai conosciuto”.
Negli ultimi anni l’idea che la nostra condizione spazio-temporale ed evolutiva rappresenti un’eccezione a livello cosmico è divenuta una delle basi per un nuovo approccio in filosofia morale chiamato lungo-terminismo (dall’inglese longtermism). Come spiega William MacAskill nel suo ultimo libro What we owe the future, l’idea centrale del lungo-terminismo è che la vita di un numero incredibile di persone future dipende direttamente dalle nostre scelte odierne o prossime.
In altre parole — e con buona pace degli esercizi spirituali stoici –, non è affatto vero che le nostre azioni non hanno conseguenze significative su una scala più ampia e cosmica; al contrario, esse potrebbero invece avere effetti di proporzioni enormi: molto, molto più grandi di quanto riteniamo di solito. Di conseguenza, come voleva già Sagan, questo dovrebbero portarci a interrogarci sulle nostre responsabilità rispetto a ciò che “dobbiamo al futuro”, e cioè a quello che dobbiamo a chi esisterà dopo di noi. Queste responsabilità non si limitano al domani o all’anno prossimo, ma a tutte le possibili generazioni future la cui esistenza e qualità di vita potrebbe dipendere già dalle scelte che compiamo oggi, per esempio rispetto al modo in cui affronteremo la crisi climatica.

Per capire meglio le basi su cui si fonda il lungo-terminismo è utile esplorare, seppure sinteticamente, le tre idee principali che ne stanno alla base per cui: (i) la vita delle persone future è moralmente importante; (ii) noi viviamo sul “precipizio” o “cardine” della storia; (iii) esistono diversi rischi esistenziali che potrebbero compromettere, forse per sempre, il futuro della vita intelligente nell’universo.
Il valore morale delle vite future
Nel 1984 Derek Parfit pubblica uno dei libri più influenti per la filosofia morale contemporanea, Reasons and Persons. Nelle ultime pagine, quasi in modo casuale, compare un paragrafo che trattauna questione morale che allora era considerata solo periferica: le ragioni per cui l’estinzione della nostra specie sarebbe da considerare qualcosa di moralmente negativo e indesiderabile. “Credo che se distruggessimo l’umanità, come ora possiamo fare — dice Parfit –, questo risultato sarebbe assai peggiore di quanto la maggior parte delle persone ritiene. Compariamo tre esiti:
(1) La pace [mondiale]
(2) Una guerra nucleare che uccide il 99% della popolazione mondiale esistente
(3) Una guerra nucleare che uccide il 100%
(2) sarebbe peggio di (1), e (3) sarebbe peggio di (2). Qual è la maggiore di queste due differenze? La maggioranza delle persone ritiene che sia tra (1) e (2). Io ritengo che la differenza tra (2) e (3) sia molto maggiore”.
Secondo Parfit, il motivo di questa grande differenza è presto detto. È possibile che la Terra rimanga abitabile per almeno un altro miliardo di anni. La civiltà umana è nata solo qualche migliaio di anni fa. Se l’umanità non si distrugge, le poche migliaia di anni che sono trascorse dall’inizio della civiltà potrebbero essere solo una piccola frazione dell’intera storia della nostra specie. La differenza tra (2) e (3) potrebbe perciò essere la differenza tra questa piccola frazione e tutto il resto di questa storia. Per fare un parallelismo, dice sempre Parfit, se comparassimo la storia della nostra specie a un giorno, ciò che è accaduto finora non rappresenterebbe che la frazione di un secondo.

Come scrive MacAskill in What we owe the future, anche se la popolazione mondiale si riducesse del 90% per qualche motivo, e l’umanità non sopravvivesse più da lungo di quanto accade in media per altre specie di mammiferi, e cioè circa un milione di anni in totale, il 99,5% dell’esperienza umana rimarrebbe comunque ancora da vivere nel futuro. Potenzialmente, siamo quindi ancora al primo paragrafo di quello che potrebbe essere il libro che racconta la storia della nostra specie.
Ma perché la vita delle persone future che ancora non esistono dovrebbe riguardarci? Sempre secondo Parfit, esistono diverse prospettive teoriche che possono giustificare il fatto che la differenza tra (2) e (3) sia peggiore di quella tra (1) e (2). La prima e più importante di queste prospettive è, naturalmente, l’utilitarismo. Essenzialmente, secondo gli utilitaristi classici come Bentham, Mill e Sidgwick, l’azione giusta è quella che risulta nel beneficio maggiore per il maggior numero di persone. Il problema, naturalmente, è se in questo calcolo debbano rientrare anche le persone future o meno. Tipicamente, la risposta degli utilitaristi è “Sì”.
Lo affermava già Sidgwick come molta chiarezza nel suo classico The Method of Ethics del 1874, dove scriveva “Il bene di un qualsiasi individuo non è più importante, dal punto di vista … dell’Universo, del bene di chiunque altro”[i] e, soprattutto, che “Fino a dove dovremmo considerare gli interessi della posterità quando sembrano confliggere con quelli degli esseri umani che esistono già adesso? La risposta a questa domanda sembra chiara: il tempo in cui un uomo esiste non può influire sul valore della sua felicità da un punto di vista universale; quindi, gli interessi della posterità devono preoccupare un utilitarista tanto quelli dei suoi contemporanei — eccetto per il fatto che l’effetto delle sue azioni sulle vite e anche sull’esistenza della posterità deve essere più incerto”.[ii]
Dunque, a parte l’incertezza, per un utilitarista che adotta questa posizione la vita delle persone future conta tanto quanto quella delle persone che esistono oggi. Questa stessa premessa è condivisa anche da utilitaristi contemporanei come MacAskill, che non a caso hanno esteso queste considerazioni fino a strutturarle nel lungo-terminismo.

Naturalmente, questa è una conclusione che non tutti sarebbero pronti ad accettare. Per ora, però, mettiamo da parte ulteriori considerazioni su questo aspetto per capire, in modo indicativo, di quante vite stiamo parlando. Se la nostra specie dovesse sopravvivere nel futuro, quante persone potrebbero esistere nel futuro? E perché il loro futuro potrebbe dipendere proprio dalle nostre scelte?
Il cardine della storia
Finora, si stima che nel passato siano vissute circa 100 miliardi di persone[iii]. La popolazione attuale sulla Terra è di circa otto miliardi di individui, circa mille volte più grande di quanto non lo fosse 11–12.000 anni fa quando gli esseri umani erano prevalentemente cacciatori e raccoglitori. Le persone oggi in vita rappresentano circa il 7% di tutte quelle che sono mai esistite. Se la popolazione terrestre si stabilizzasse a circa 11 miliardi di individui (rispettando le proiezioni delle Nazioni Unite per la fine di questo secolo), e la vita media fosse di 88 anni, nei prossimi 800.000 anni potrebbero esistere 100 miliardi di miliardi di altre persone.

Se la nostra specie sopravvivesse per un miliardo di anni, invece, e cioè il tempo che si stima che la Terra possa rimanere abitabile, nel futuro potrebbero esistere ben 125 quadrilioni di bambine e bambini, e cioè 1015, o 1.000.000.000.000.000 esseri umani. Su una scala lungo-terminista, le potenze del dieci riguardano quindi non solo il tempo e lo spazio, ma anche il numero delle persone future. Naturalmente, se un giorno l’umanità colonizzasse altri pianeti, argomentano i lungo-terministi, il numero di vite future totali potrebbe essere molto più grande. Secondo alcune stime, addirittura tra le 10 alla 23esima o 10 alla 58esima “entità senzienti”.[iv]

Queste stime sono, naturalmente, solo indicative. Ma possiamo, in ogni caso, concludere che nel futuro il numero di persone che potrebbero esistere è immenso. Il punto è che la vita di tutte queste persone — ammesso che nascano — potrebbe essere più o meno buona. E, secondo i lungo-terministi, questo potrebbe dipendere direttamente nelle scelte che saranno compiute da qui ai prossimi secoli — una finestra di tempo davvero minuscola se riferita a una scala di miliardi di anni. Ecco perché il tempo nel quale viviamo oggi è particolarmente “influente”.
Abbiamo la fortuna e responsabilità di vivere sul “precipizio” o il “cardine” della storia: un momento di snodo fondamentale e unico, che può determinare uno spartiacque per il futuro della vita intelligente non solo sul nostro pianeta, ma nell’universo.
Questa idea si può tracciare, ancora una volta, indietro fino a Parfit. In un discorso tenuto alla Oxford Union nel 2015 — e sponsorizzato da una delle realtà del movimento dell’Altruismo Efficace di cui il lungo-terminismo rappresenta l’ultimo sviluppo –, Parfit ha detto “Penso che stiamo vivendo durante la parte più critica della storia dell’umanità. [La ragione] del perché questo periodo può essere quello critico nella storia dell’universo è che se siamo le sole creature razionali e intelligenti, allora siamo solo noi che possiamo originare quella che potrebbe diventare una civiltà multi-planetaria, che potrebbe durare per miliardi di anni, e nella quale la vita sia molto migliore di quanto non lo sia oggi per la maggioranza degli esseri umani. Bene, se si guarda alla scala tra la storia umana fino a ora e quello che potrebbe accadere, è enorme. E quello che è critico è che potremmo rovinare tutto, potremmo mettere una fine a tutto questo”. Questo passaggio esprime in modo ancora più enfatico un’idea che era già presente alla fine della seconda opera più importante di Parfit, On What Matters, dove aveva espressamente scritto proprio che “stiamo vivendo sul cardine della storia”.

Se da una parte l’avanzamento tecnologico ci potrebbe permettere, un giorno, di moltiplicare per diverse potenze del dieci il numero di esseri umani che nasceranno, dall’altro può anche portare la nostra specie a una rapida, e forse prematura, fine. Ecco perché la terza idea centrale per il lungo-terminismo è quella di investire maggiori risorse nella salvaguardia del futuro di lungo termine dell’umanità. Ma quali rischi esistono, concretamente, che potrebbero portare la nostra specie all’estinzione?
Rischi esistenziali e futuro di lungo termine
Secondo alcune stime citate dal filosofo Nick Bostrom, il 99.9% delle specie che sono mai esistite si sono estinte. Negli anni recenti, i possibili rischi dell’estinzione dell’umanità hanno ricevuto una crescente attenzione. Per esempio, John Leslie, un filosofo canadese, nel suo libro End of the World ha stimato che la probabilità per l’umanità di non sopravvivere nei prossimi cinque secoli sia del 30%. Sir Martin Rees, astronomo e cosmologo britannico, è ancora più pessimista: secondo le sue stime l’umanità ha solo il 50% di sopravvivere al ventunesimo secolo!
Anche Kurt Vonnegut allude a un esito del genere nel suo romanzo, dissacrante e profondo come sempre, Ghiaccio-nove, dove scrive: “E mi ricordai del Quattordicesimo libro di Bokonon che avevo letto da cima a fondo la sera prima. Il Quattordicesimo libro si intitola: ‘Che speranze può nutrire un uomo ragionevole per l’umanità su questa terra, tenendo conto dell’esperienza dell’ultimo milione di anni? Non ci vuole molto a leggere il Quattordicesimo libro. Consiste in una parola e in un punto. Eccoli: “Nessuna”.”

Proprio grazie al lavoro di Bostrom, assai influente per la comunità lungo-terminista, il dibattito si è recentemente spostato dalla stima del rischio di estinzione a quella di vari “rischi esistenziali”. Con il termine “rischio esistenziale” Bostrom indica un rischio “che causa l’annichilimento della vita intelligente che ha origine dalla Terra o la drastica riduzione del suo potenziale per uno sviluppo desiderabile”.[v]
Secondo Bostrom, la nostra specie è già sopravvissuta ad eruzioni vulcaniche, impatti di meteoriti e altri pericoli simili per decine di migliaia di anni. È improbabile che questi rischi possano sterminare completamente la nostra specie nel prossimo futuro. Di contro, la tecnologia ha introdotto nuovi fenomeni nel mondo, dalle armi atomiche fino ai virus disegnati in laboratorio che potrebbero, invece, rappresentare dei rischi ben più concreti e letali. Altri rischi esistenziali simili possono derivare dalla creazione di “intelligenti artificiali ostili”, o dalla possibilità di pandemie che hanno cause naturali.
Il dibattito odierno sui “rischi esistenziali” e su come è meglio prevenirli è solo all’inizio. Per questo, rappresenta una delle aree di maggiore interesse e sviluppo, non solo per lungo-terministi e altruisti efficaci. Rispetto al passato, ciò che contraddistingue questa area di studi è il senso di urgenza.
Come scrive nel suo libro dedicato al lungo-terminismo e ai rischi esistenziali Toby Ord, intitolato The Precipice, “il Precipizio è l’era nella quale viviamo — dove il rischio esistenziale è insostenibilmente alto. Io faccio risalire l’inizio del Precipizio alla detonazione della prima bomba atomica, nel 1945, quando l’umanità ha acquisito per la prima volta il potere di minacciare la propria estinzione. Il Precipizio non può durare troppo a lungo, dato che non possiamo sopravvivere per troppi secoli con un rischio così alto — o ci diamo una mossa e riduciamo il rischio esistenziale a un livello sostenibile, o soccomberemo al rischio che si accumulerà”.

A questa urgenza fa eco lo stesso Bostrom: “Per gli utilitaristi standard, la priorità numero uno, due, tre e quattro dovrebbe essere di conseguenza ridurre il rischio esistenziale. L’imperativo utilitarista “Massimizza l’utilità attesa aggregata!” può essere semplificato nella massima “Minimizza il rischio esistenziale!”.[vi] Se si sposano le premesse fondamentali dell’utilitarismo, dunque, non è difficile vedere come le preoccupazioni lungo-terministe possano diventare in breve il centro principale e forse esclusivo delle proprie preoccupazioni morali e teoriche.
Persone future o persone presenti?
Immaginiamo uno scenario di questo tipo: davanti a noi si trovano due bottoni. Il primo permette di incrementare la possibilità (diciamo, dello 0,000001%) che 10 alla 58esima persone che non sono ancora nate vengano al mondo in un futuro molto distante. Il secondo permette di salvare la vita a un miliardo di persone che sono già in vita, oggi. Non potete premere entrambi i bottoni: quale dei due scegliete di premere?
Come nota correttamente Émile P. Torres, per i lungo-terministi la scelta è “facile”: dovremmo premere il primo bottone, anche se “il costo” di questa azione sarebbe quello di sacrificare un miliardo di persone che sono già in vita e potremmo salvare. Per Bostrom, ad esempio, “la cosa giusta da fare a livello morale è certamente di sacrificare miliardi di esseri viventi viventi per anche una minuscola riduzione del rischio esistenziale, assumendo anche che vi sia una minuscola probabilità dell’1% di una futura popolazione molto più grande: 10 alla 54esima persone”.[vii]

Questa scelta dipende dalla prima delle idee che abbiamo visto, la quale assume un’equivalenza morale tra la vite delle persone che già esistono e quelle che esisteranno. Come già pensava Sidgwick il tempo in cui una persona vive non dovrebbe fare alcuna differenza dal punto di vista del suo valore morale.
Ma è davvero così? In realtà, questo punto è aspramente dibattuto in filosofia morale ed esistono molte posizioni alternative. Ad esempio, chi non accetta — come chi scrive –, l’utilitarismo come teoria normativa fondamentale, può ritenere che la scelta giusta in un caso simile sia, invece, chiaramente quella di salvare il miliardo di persone già esistenti la cui morte potrebbe essere facilmente prevenuta premendo un bottone.
In generale, esistono tre alternative per gestire le implicazioni di scenari di questo tipo, le quali corrispondono anche alle tre direzioni principali che potrebbe prendere il dibattito sul lungo-terminismo nei prossimi anni in filosofia morale e bioetica.
La prima alternativa è accettare le premesse di fondo dell’utilitarismo a là Sidgwick o Bostrom e portare le conseguenze del lungo-terminismo fino in fondo. Questo significa accettare diverse conclusioni e scenari per molti contro-intuitivi, come quello dei due bottoni o la nota “conclusione ripugnante”.[viii]
Un’alternativa, invece, è quella di elaborare una teoria normativa più sofisticata che permetta di temperare alcune delle conclusioni più “assurde” che si raggiungono applicando le premesse di base dell’utilitarismo a scenari lungo-terministi senza rifiutarne, però, le premesse di base.
Infine, la terza strada è quella di rifiutare l’utilitarismo come teoria normativa fondamentale, adottando un diverso quadro normativo per riuscire a pensare questioni cruciali come quelle che riguardano il futuro di lungo termine dell’umanità. Indipendentemente dalla propria posizione personale, infatti, è impossibile ignorare che sia la natura sia la tecnologia ci pongono comunque oggi davanti a scenari nei quali il rischio esistenziale per la nostra specie è significativamente più alto che in passato.
In conclusione, il lungo-terminismo è, con tutta probabilità, una delle idee più affascinanti, controverse e importanti degli ultimi decenni. È una di quelle idee che, nel bene o nel male, è destinata a segnare la riflessione e il dibattito per anni, non solo in filosofia o in ambito accademico, ma anche a livello sociale e culturale. Già oggi le idee dei lungo-terministi sono uscite dai dipartimenti di filosofia morale per trovare un nuovo seguito tra i CEO di alcune delle più importanti aziende e start-up della Silicon valley. Raramente, nella storia recente del pensiero, si è osservata una saldatura e una comunione di intenti tanto veloce e forte tra persone provenienti da ambiti così diversi.
Per questo motivo, il lungo-terminismo rappresenta prima di tutto una sfida. Se si accettano le sue premesse di base è inevitabile cambiare la propria visione del mondo in modo profondo. Questo, ad esempio, è quello che è accaduto negli ultimi anni a molti che si identificano nel movimento dell’“Altruismo efficace”, e che hanno abbandonato le precedenti preoccupazioni morali rivolte a cause di prossimità (come la fame nel mondo o la povertà estrema) per dedicarsi a cause di lungo termine.
Se, invece, si è critici nei confronti del lungo-terminismo e della sua filosofia, allora è legittimo cominciare a nutrire forti preoccupazioni circa la sua possibile influenzare il futuro prossimo della nostra società e, forse, anche della nostra specie.
Fortunatamente, per il momento, non siamo ancora nella condizione di dover decidere quale dei due bottoni premere. Ma non si può escludere che un giorno potremmo trovarci a dover compiere delle scelte drammatiche e in parte simili. Nel caso, sarebbe meglio avere le idee ben chiare, e cioè se dovremmo stare dalla parte delle persone già in vita e che magari già soffrono ora o se, invece, dovremmo stare dalla parte di tutte quelle persone che ancora non esistono e che, per le nostre scelte, potrebbero avere delle vite significativamente peggiori oppure non nascere affatto.
[i] ”The good of any one individual is of no more importance, from the point of view…of the Universe, than the good of any other” (Book 3, chapter 13, section 3 (7th ed., 1907)”
[ii] How far we are to consider the interests of posterity when they seem to conflict with those of now-existing human beings? The answer to this, though, seems clear: the time at which a man exists can’t affect the value of his happiness from a universal point of view; so the interests of posterity must concern a utilitarian as much as those of his contemporaries — except in that the effect of his actions on the lives and even the existence of posterity must be more uncertain” Book 4, chapter 1, section 2 (7th ed., 1907).
[iii] https://ourworldindata.org/longtermism
[iv] https://nickbostrom.com/astronomical/waste
[v] https://nickbostrom.com/papers/future#24
[vi] https://nickbostrom.com/astronomical/waste
[vii] https://www.currentaffairs.org/2021/07/the-dangerous-ideas-of-longtermism-and-existential-risk
[viii] https://plato.stanford.edu/entries/repugnant-conclusion/